Un’economia avulsa dai problemi reali che allontana le donne

StampaInvia per emailVersione PDF

Nonostante i nuovi arrivi alla Banca di Inghilterra, la “scienza triste” deve fare di più per aprire le porte alle donne

LONDRA – Il primo giovedì del mese, nove tra uomini e donne si incontrano nei locali marmorei della Banca d’Inghilterra per decidere se i mutui inglesi diventeranno più costosi e per rispondere a una domanda da “375 miliardi di dollari”: è giunto il momento di spegnere le stampanti della banca, dopo aver pompato denaro nell’economia durante la crisi?

Nello specifico, queste vitali decisioni sono prese da sette uomini e due donne. Fino a sei mesi gli uomini erano nove. È stato l’arrivo di Nemat (Minouche) Shafik, una ex dirigente della Banca Mondiale, e Kristin Forbes, un’accademica statunitense, alla Commissione per le Politiche Monetarie che ha posto fine alla gestione prettamente maschile che ha caratterizzato gli ultimi quattro anni.

Nello stesso periodo, Charlotte Hogg ha lasciato il gruppo Santander per diventare direttore operativo della banca, scelta che fa parte del programma del governatore Mark Carney di rendere più femminile un’istituzione vecchia di trecentoventi anni. Negli Stati Uniti, invece, all’inizio del prossimo anno Janet Yellen festeggerà l’anniversario del suo primato femminile alla guida della Federal Reserve.

Nonostante questi incarichi, i ricercatori avvertono che i progressi delle donne nell’ottenimento di posizioni dirigenziali continueranno a essere lenti, a causa della riluttanza delle donne a studiare economia. Nel Regno Unito, solo il 27% degli studenti di economia è donna, pur rappresentando il 57% del totale degli studenti universitari, secondo uno studio pubblicato lo scorso mese dall’Università di Southampton. Questo divario esiste da circa vent’anni, anche se oggi la presenza femminile supera quella maschile in alcuni corsi, quali giurisprudenza e medicina, mentre in gestione di impresa le presenze si equivalgono.

Condizione necessaria per iscriversi a un corso di economia è conseguire il massimo dei voti in matematica. Le donne che ci riescono sono di meno rispetto agli uomini, ma, secondo i ricercatori del Southampton, le donne che hanno la possibilità di conseguirlo sono restie a iscriversi a un corso di laurea in economia.

Mirco Tonin, il principale autore dello studio, pensa che le donne tengano le distanze dalla “scienza triste” per ragioni culturali. Secondo lui: «la gente pensa all’economia come un lavoro riservato agli uomini».

Kate Barker, che è stata alla Commissione per le Politiche Monetarie per nove anni, in alcuni periodi è stata l’unica donna e considerava ciò una strana esperienza. «non mi sentivo a disagio [...] Ma c’è qualcosa di strano quando si è l’unica donna in un gruppo di nove persone. Quando c’erano anche Marion Bell e Rachel Lomax le cose andavano meglio. Tre donne su nove davano un senso di normalità.»

Alla fine del suo mandato, le fu chiesto di aiutare i reclutatori a trovare i suoi successori, ma: «non fummo in grado di attirare il numero di candidature femminili che avremmo voluto. Le prime due volte abbiamo nominato solo uomini e ci è dispiaciuto continuare a proporre un gruppo totalmente maschile [...] ma è necessario nominare le persone del calibro giusto.»

DeAnne Julius, l’unica donna tra i membri fondatori della Commissione per le Politiche Monetarie, sostiene che il fatto che più della metà degli studenti universitari siano donne è più importante di quante di esse studiano economia, dal momento che ciò permette in ogni caso di mettere il talento femminile a disposizione dell’economia. Ma ciò non significa che il mondo dell’economia debba dormire sogni tranquilli. «Penso che ci sia qualcosa che non vada nell’economia», ha dichiarato, «questa [carenza di donne] è segno che qualcosa che non va».

Julius punta il dito contro i programmi universitari, concentrati sempre più sui modelli matematici e sempre meno sui problemi reali. Su questo punto è d’accordo anche Barker «La questione dell’economia come materia e come la si insegna prescinde dalla questione di genere», sostiene. «Forse, con un approccio diverso, le persone ne capirebbero l’importanza e la studierebbero».

Olivia Wills, una studentessa del quarto anno di economia all’Università di Sheffield, si ispira ai pionieri dello studio del comportamento umano, lo psicologo Dan Ariely e il premio Nobel Daniel Kahneman, ma anche al suo “incredibilmente entusiasta” professore di economia delle scuole medie. Ma l’università le ha mostrato una disciplina aggrappata alle ortodossie del diciannovesimo secolo e un libro di testo secondo cui “l’individuo perfettamente razionale” agisce in modo prevedibilmente egoista: «l’economia che viene insegnata all’università è incredibilmente unidimensionale e non prevede tutte le sfumature del comportamento umano

Olivia fa parte di Rethinking Economics, un movimento studentesco che si batte per rendere l’economia maggiormente basata sull’evidenza empirica, dotata di pensiero critico e concentrata sui problemi reali. Un altro membro del movimento, Yuan Yang, sostiene che spesso l’economia è vista come «separata dalla società» e associata a «professioni autoreferenziali», come le banche di investimento e la consulenza: «l’economia che ci insegnano è sempre più lontana dai problemi reali e, probabilmente, esclude non solo le donne, ma tutti coloro che non scelgono la carriera in base al denaro che possono guadagnare.»

Yung pensa, inoltre, che molte più persone, sia uomini che donne, sceglierebbero di studiare economia se fosse vista come «metodo di indagine» piuttosto che un trampolino di lancio per la City.

L’idea che la frenesia speculativa che ha portato alla crisi del 2008 sarebbe stata meno disastrosa se Lehman Brothers fosse stato Lehman Sisters è ormai radicata, ripetuta da tutti, dalla parlamentare laburista Harriet Harman alla direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. Ma secondo Julie Nelson, che insegna economia all’Università del Massachusetts, bisognerebbe andarci cauti con lo stereotipo secondo cui la “prudenza” è femminile e la “propensione al rischio” è maschile, portando avanti l’idea che le donne sono più adatte a raccogliere i cocci in seguito a una crisi piuttosto che portare avanti la società o scegliere l’impostazione politica nei periodi meno turbolenti.

Un’indagine sulle professioni dell’American Economic Association mostra che gli uomini e le donne la pensano diversamente su come risolvere i problemi dell’economia. Gli economisti erano più propensi a contestare l’obbligo da parte dei datori di lavoro di pagare l’assicurazione sanitaria ai dipendenti, mentre le economiste tendevano a opporsi agli accordi di libero scambio internazionale, a patto che essi non migliorassero le condizioni dei lavoratori stranieri, per evitare di ostacolare le imprese nazionali.

Nelson è scettico: «Qualsiasi differenza tra economisti ed economiste è più probabilmente frutto di un autoselezione piuttosto che di innate differenze nel modo di pensare. Per affrontare un ambiente tipicamente maschile quale è l’economia, una donna deve adottare un pizzico di femminismo e ciò si correla a visioni più progressiste

Nonostante le frustrazioni che deve sopportare a Sheffield, Wills non si pente della sua scelta. Spera in un dottorato di ricerca focalizzato sull’economia sanitaria. «Ormai studio economia e ho una buona carriera universitaria», dichiara. «Ma la sfida più grande è quella di portare sempre più donne nel mondo dell’economia, facendo capire loro che non è un ambiente ostile».

Fonte immagine: www.afr.com

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte:www.resetricerca.org

Autore originale: 
Pubblicato su: 
Data pubblicazione: 
12 Dicembre 2014
Allegato: