Perché la teoria della finanza degli economisti ortodossi è inutile

StampaInvia per emailVersione PDF

Il modello dell’equilibrio economico generale di Walras non si adatta a descrivere un’economia altamente finanziarizzata

USA – Seguendo le orme dei pezzi grossi della finanza a capo della Federal Reserve (Alan Greenspan e Ben Bernanke), gran parte degli economisti ortodossi previdero ottimisticamente che la crescita finanziaria degli anni 2002-2007 sarebbe continuata all’infinito. Non sorprende, quindi, che il collasso del mercato del 2008 li abbia colti di sorpresa o, come scrisse Chris Giles del Financial Times, «ha fatto fare loro una gran bella figuraccia» (26 novembre 2008).

Una delle principali ragioni dello smarrimento degli economisti ortodossi di fronte allo scoppio delle bolle finanziare è che, secondo i dettami della loro teoria, la crescita della finanza, o capitale fittizio, a livello macroeconomico o a livello nazionale non si discosta molto dalla produzione industriale, o capitale reale, dato che l’ampiezza della prima è sostanzialmente determinata e delimitata dal fabbisogno della seconda. La teoria sostiene che esiste una auspicabile sinergia tra il settore finanziario e il settore reale di un’economia. Il capitale finanziario tende a inseguire il capitale industriale come se la sua principale funzione sia quella di lubrificare gli ingranaggi del settore reale, ovvero delle attività di produzione e di commercio, proprio come accadeva nelle prime fasi del capitalismo, quando non esisteva ancora un enorme settore finanziario indipendente [1].

Questa forma mentis degli economisti neoclassici, sia di impostazione neoliberale che keynesiana, deriva dalla loro fede nel modello di equilibrio generale dell’economia (di quasi baratto) di Walras, in cui esiste un continuo bilanciamento tra domanda e offerta o tra reddito (equivalente monetario dell’offerta) e spesa (equivalente monetario della domanda). Il modello parte dalla produzione: le imprese utilizzano lavoro e mezzi di produzione per ottenere beni e servizi, generando reddito sottoforma di costi della produzione, ovvero sottoforma di salari e stipendi, interessi maturati, canoni di affitto e così via. Allo stesso modo, chi percepisce il reddito lo utilizza per l’acquisto di ciò che ha prodotto, stabilendo così un equilibrio tra reddito e spesa, ovvero tra domanda e offerta. Il bilanciamento tra reddito e spesa è piuttosto tautologico. Ciò che per il produttore è un costo è al contempo un reddito per i fattori produttivi. Questa relazione continua e ripetuta è illustrata nei testi di economia ortodossi da un semplice schema chiamato modello o diagramma del “flusso circolare”.

Il modello del flusso circolare non prevede discrepanze temporanee tra reddito e spesa, come accade, ad esempio, quando una parte del reddito è destinato al risparmio, come accade al crescere del reddito. Ma ciò non intacca seriamente l’equilibrio tra reddito e spesa, perché i risparmi saranno dati in prestito tramite le banche o altri intermediari finanziari e investiti dalle imprese, annullando il divario temporaneo tra reddito aggregato e spesa. In termini macroeconomici, ciò significa che il risparmio aggregato nazionale S è uguale alla spesa nazionale per investimenti I. In altri termini, finché “perdite temporanee” del flusso circolare sono compensate da iniezioni dello stesso ordine di grandezza, l’equilibrio tra domanda e offerta non viene intaccato.

Nella versione conservatrice/neoliberale della teoria neoclassica l’equilibrio tra risparmi e investimenti, e quindi tra reddito aggregato e spesa, viene garantito dalle forze del meccanismo di mercato: un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti è solo temporaneo così come il temporaneo eccesso di fondi disponibili per i prestiti poterà alla riduzione dei tassi di interesse, ovvero riduce i costi del prestito, incoraggiando le imprese a investire di più. L’aumento dei prestiti e degli investimenti dei risparmi deprezzati continuerà fino all’esaurimento dell’eccesso di offerta e al ripristino della parità tra risparmio e investimento.

Nella versione liberale/keynesiana dell’economia classica, invece, non c’è garanzia di un equilibrio spontaneo o automatico tra risparmi e investimenti, il che significa che una situazione in cui gli investimenti sono insufficienti rispetto al risparmio aggregato può persistere a lungo. In condizioni di relativa incertezza del mercato, i bassi tassi di interesse non riuscirebbero comunque a indurre le imprese ad accollarsi prestiti, a investire o ad espandersi. D’altra parte, i proprietari dei risparmi “dormienti” non sempre sono disposti a renderli prestabili quando i tassi di interesse sono bassi, preferendo, invece, disporre di liquidità nella speranza di ottenere rendimenti maggiori in futuro. La famosa espressione keynesiana “trappola della liquidità” o “preferenza per la liquidità” descrive un contesto del genere. In questa situazione, il governo può e deve intervenire, prendendo in prestito i risparmi dormienti e spenderli, in nome e per conto dei loro ricchi proprietari, come sosteneva Keynes, annullando così il divario tra reddito e spesa.

Da questo quadro risulta evidente che, secondo l’economia neoclassica, l’offerta di credito e/o il livello di capitale finanziario è determinato e limitato dal livello dell’offerta aggregata, dalla produzione o dal reddito nazionale, in particolare, dal livello di risparmio nazionale, che è a sua volta determinato dal livello della produzione nazionale. Anche se la politica di riserva frazionaria della banca centrale può in qualche modo far crescere il volume dei crediti oltre a quello dei risparmi, il capitale finanziario è comunque limitato dal risparmio nazionale.

Sebbene la visione del risparmio come motore del credito o del finanziamento di progetti di investimento nell’economia reale fosse realistica nelle prime fasi del capitalismo, quando le banche erano semplici intermediari tra risparmiatori e investitori e convertivano i risparmi dormienti in capitale da impiegare nella produzione, non è più valida nelle economie capitalistiche avanzate, in cui i mercati finanziari non solo sono indipendenti ma, di fatto, dominano i settori reali e non finanziari dell’economia. Il sistema del credito nelle economie di mercato e altamente finanziarizzate di oggi non è più confinato ai risparmi interni o all’attività di regolamentazione dell’offerta di moneta della banca centrale.

La struttura istituzionale del sistema finanziario e monetario che fornisce alle banche commerciali il potere di creare moneta in un numero di volte superiore all’ammontare delle loro riserve, in virtù della cosiddetta riserva frazionaria, garantisce all’offerta di moneta maggiore flessibilità rispetto ai risparmi interni e alla regolamentazione delle banche centrali. Le banche commerciali e le altre istituzioni finanziarie hanno risorse tali da poter espandere la loro capacità di credito oltre i limiti previsti dalla legge. L’idea apparente dietro questi limiti è che, in base alla quantità dei loro depositi prestabili, determinati dagli obblighi di riserva, le banche commerciali determinano la loro capacità di credito prima di cercare nuovi clienti. Nella realtà, invece, accade il contrario. Più della metà dei nuovi crediti alle imprese sono erogati a grandi società, secondo modalità già concordate con i loro rappresentati, che dà loro diritto ad avere la somma pattuita in tutta legalità. Come riporta un impiegato della Federal Reserve di New York, «Nel mondo reale, le banche prima concedono crediti […] e poi pensano a come racimolare le riserve. In un modo o nell’altro, la Federal Reserve tollera questo comportamento» [2].

Inoltre, e in contrasto con il modello neoclassico del flusso circolare, nell’era del capitalismo fortemente finanziarizzato, la domanda di credito non si limita al credito industriale o commerciale. Nell’era dei mercati azionari maturi, dei mercati dei futures, dei mercati immobiliari, dei mercati delle commodities, dei mercati dei derivati e di tutti i mercati atti alla speculazione, buona parte del credito è impiegata nelle attività speculative. Così, il capitale finanziario parassitario, che nutre se stesso succhiando le risorse dell’economia reale, ha effettivamente sconvolto il semplice meccanismo del flusso circolare, dove i risparmi delle famiglie e gli utili non investiti delle imprese venivano riciclati dagli intermediari finanziari in attività produttive. Nell’era del dominio del capitale finanziario, una parte sostanziosa dei profitti destinati al risparmio, che alimentava il flusso circolare del settore finanziario, non tornano più nel circuito delle attività produttive, come prevedeva la teoria economica ortodossa. Al contrario, questi risparmi sono sottratti all’economia reale per essere investiti nel settore finanziario parassitario e improduttivo.

Molti economisti ipotizzano che l’aumento del grado di finanziarizzazione degli ultimi decenni sia dovuto alla crescita “fiacca” e ai “bassi” rendimenti degli altri settori dell’economia [3]. L’evidenza, invece, mostra che nei periodi di forte redditività del settore reale, la fuga dei capitali verso la finanza non si è arrestata. Per esempio, negli Stati Uniti i profitti dell’economia reale sono stati molto alti nei periodi dal 1983 al 1987, dal 1993 al 2000, dal 2003 al 2007 e dal 2009 al 2013. Ciononostante, la finanziarizzazione ha continuato senza sosta in questi periodi, segno che il richiamo della speculazione, garantita dalla deregolamentazione del settore finanziario, è così forte da indurre i proprietari del capitale ad abbandonare la produzione in cerca dei più alti rendimenti che il settore finanziario offre.

La fuga di capitali dal settore reale al settore finanziario e la divergenza tra redditività aziendale e investimenti nel settore reale sono stati evidenziati nell’articolo di Robin Harding pubblicato sul Financial Times del 24 luglio 2013. L’articolo, intitolato “Corporate Investment: A Mysterious Divergence” [Gli investimenti delle imprese, una divergenza misteriosa], ha rivelato che si è creata, negli ultimi tre decenni circa, una “disconnessione” tra la redditività delle imprese e gli investimenti nel settore reale, indicando che, in controtendenza con ciò che è sempre avvenuto, una parte significativa dei profitti delle imprese non è reinvestita nella capacità produttiva. I profitti sono investiti nel settore finanziario per ottenere rendimenti più elevati per i soci. Prima degli anni Ottanta, investimenti reali e profitti erano sincronizzati, entrambi intorno al 9% del PIL. A partire da allora, e in particolare negli ultimi anni, mentre gli investimenti nel settore reale sono crollati al 4% del PIL, i profitti delle imprese hanno raggiunto il 12% del PIL.

Il trasferimento sistematico dei risparmi e dei profitti dal settore reale al settore finanziario è stato fortemente incoraggiato negli ultimi anni grazie alla deregolamentazione. «Negli ultimi due decenni molte autorità di regolamentazione hanno incoraggiato le banche a spostare i titoli dai propri bilanci ai veicoli di investimento strutturato», ha riportato il Financial Times il 5 febbraio 2008. I veicoli di investimento strutturato, come i private equity, sono parte di un vasto settore ombra, o commerciale, delle banche che si specializzano nell’acquisto e nella vendita di imprese, nella gestione o supervisione della copertura finanziaria degli investimenti e nell’agire e trattare con tutta una serie di altri servizi dell’ingegneria finanziaria. Non sorprende quindi che il settore finanziario, crescendo più velocemente rispetto all’economia reale, assorba una quota sempre maggiore di ricchezza nazionale:

«Nel mondo reale gran parte del credito è oggi impiegato nell’acquisto di beni già esistenti e non per creare nuova capacità produttiva. Circa l’ottanta percento dei prestiti bancari del mondo anglosassone riguardano mutui immobiliari, di cui buona parte bilanciati con titoli e obbligazioni già emessi. Le banche prestano agli acquirenti di immobili, ai predatori aziendali, agli ambiziosi costruttori di imperi finanziari e per gestire la leva finanziaria» [Ibid.].

Il professor Michael Hudson dell’Università del Missouri, Kansas City e molti altri esperti di finanza hanno etichettato questo settore in rapida espansione come FIRE, acronimo di finance, insurance and real estate, ovvero finanza, assicurazioni e settore immobiliare. Al termine FIRE è stata data, comprensibilmente, una connotazione negativa, dato che l’eccessiva espansione di questo settore tende a riallocare le risorse in attività improduttive, mina il potenziale di una reale crescita socio-economica e aggrava la già iniqua distribuzione del reddito e delle risorse. La figura seguente mostra chiaramente questa tendenza inquietante: mentre il credito al settore FIRE è quadruplicato a partire dal 1950, la quota di risorse destinata all’economia reale è rimasta pressoché invariata.

 

Prestiti bancari nel settore reale e nel settore finanziario negli USA dal 1952 al 2007 (% del PIL)

Grafico.jpg

Fonte: basato sulla tavola Z del flusso dei conti fonti statunitensi, serie FL794194005.Q; come riportato in Bezemer 2012: 20, Grafico 1.

Qui di seguito sono elencati ulteriori esempi di crescita astronomica del settore FIRE negli ultimi trent’anni. Tra il 1980 e il 2005, i profitti del settore finanziario sono aumentati dell’800%, oltre tre volte la crescita dei settori non finanziari. Nei primi anni Novanta, esistevano solo un paio di fondi speculativi; nel 2007, sono hanno raggiunto i 10.000. Il numero di mediatori di ipoteca, che hanno sostituito il vecchio Savings & Loans e le banche territoriali, si è, allo stesso modo, moltiplicato: attualmente sono 50.000 e impiegano circa 400.000 agenti, più di tutta l’industria tessile statunitense [4]. Come candidamente dichiarato da Raymond Dalio di Bridgewater Associates: «la ricchezza che si crea con la produzione è un’inezia rispetto a quanto si può ottenere facendo girare denaro. Il quarataquattro percento dei profitti delle imprese degli Stati Uniti proviene dal settore finanziario contro l’appena dieci percento del settore manifatturiero» [5].

Come notato in precedenza, il modello dell’equilibrio economico generale e il flusso circolare sono stati costruiti sulla base di un’economia di quasi baratto, ovvero in cui la moneta è implicitamente trattata come mero mezzo di scambio e non come strumento di cumulazione o spostamento della ricchezza. In questo modello, i cicli finanziari seguono ordinatamente i cicli reali: si espandono quando c’è crescita nell’economia reale e si contraggono altrimenti. Così, non vi era quasi nessuna possibilità per il settore finanziario di far esplodere bolle o di emergere e di espandersi in modo indipendente dal settore reale. Il settore finanziario è visto, quindi, come un servizio o un settore controllato dell’economia reale.

Il modello del flusso circolare, come altri modelli, può, ovviamente, essere un concetto o uno strumento utile a fini analitici. È stato progettato per mostrare cosa succede se e quando il circuito, o il flusso circolare, si rompe e come intervenire. Il problema è che gli economisti ortodossi sembrano essersi fossilizzati sul modello astratto, sulle prime fasi del capitalismo, miopi di fronte all’era delle banche giganti e dei colossi finanziari che crescono indipendentemente dal capitale industriale e che creano inflazioni finanziarie seguite da implosioni.

Si potrebbe pensare che non è importante se una bolla finanziaria segue un’espansione reale o sia nata ab ovo, cioè in assenza di una crescita reale. Invece, tale distinzione è di fondamentale importanza per capire come nell’era dei mercati finanziari avanzati il capitale finanziario sia diventato largamente indipendente dal capitale industriale e come ha perciò indebolito il concetto neoclassico di equilibrio generale, di flusso circolare e del risparmio nazionale come principale fonte dell’offerta di moneta, in breve, di come ha reso le teorie degli economisti neoclassici della creazione del credito, dell’investimento finanziario e dell’offerta di moneta obsolete. Succhiando le risorse finanziarie dal resto dell’economia, così come generando capitale fittizio attraverso la speculazione o l’azzardo, la finanza si cannibalizza, proprio come farebbe un parassita. Gli economisti neoclassici non hanno, finora, saputo far riconciliare il settore finanziario con la teoria dell’equilibrio economico generale e il modello del flusso circolare. Tristemente, invece di cercare di incorporare il settore finanziario nel loro modello sull’economia reale, hanno scelto di ignorarlo per non disturbare il loro perfettamente ordinato modello di comodo.

 

Fonti

[1] This essays draws heavily on Chapter 3 of my book, Beyond Mainstream Explanations of the Financial Crisis.

[2] Robert Heilbroner and John Galbraith, Understanding Macroeconomics, Englewood Cliffs, NJ: Prentice Hall 1990, P. 383.

[3] See, for example, Robert Brenner, “What is Good for Goldman Sachs is Good for America: The Origins of the Current Crisis,” <http://www.sscnet.ucla.edu/issr/cstch/papers/BrennerCrisisTodayOctober2009.pdf>; Andrew Kliman, The Failure of Capitalist Production: Underlying Causes of the Great Recession, Pluto Press 2011.

[4] Steve Fraser, “The Archeology of Decline: Debtpocalypse and the Hollowing Out of America,” TomDispatch.com, <http://www.tomdispatch.com/blog/175623/>.

[5] Kevin Phillips, Bad Money: Reckless Finance, Failed Politics, and the Global Crisis of American Capitalism, New York: Penguin 2009, p. 211.

 

Fonte immagine: www.manilarules.com

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte:www.resetricerca.org

Autore originale: 
Pubblicato su: 
Data pubblicazione: 
3 Dicembre 2014
Allegato: