L'aumento del rapporto tra ricchezza e reddito, la disuguaglianza, e la crescita

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Ridurre le disuguaglianze economiche è una delle sfide del nostro tempo.

In questi ultimi decenni, gran parte della discussione si è incentrata sulla necessità di investire nell’istruzione (Goldin e Katz
2010). Agevolare l'accesso alla formazione è un modo efficace per ridurre la dispersione dei salari nel lungo periodo, ma non è abbastanza.

Il problema è che negli Stati Uniti - come in molti paesi - l'aumento delle disparità reddituali è stato guidato per l’1% dai percettori di reddito, e non dal successivo 9%, sebbene entrambi i gruppi avessero gli stessi diplomi (Alvaredo e al., 2013).
Un problema ancor più significativo è considerare quel reddito non sufficiente. Gli economisti sono abituati a credere che il rapporto tra ricchezza aggregata e reddito sia costante nel tempo, ma non è così.

Come specifichiamo nel nuovo paper, i rapporti tra ricchezza e reddito dei paesi ricchi sono in aumento dal 1970 (Piketty e Zucman 2013). Nelle prime otto economie sviluppate, secondo i dati ufficiali dei bilanci nazionali, la ricchezza privata aggregata è cresciuta di 2-3 volte rispetto al reddito nazionale nel 1970, fino ad arrivare ad un range di 4-7 volte oggi (Figura 1). Il capitale è
tornato. Questa evoluzione non è un male in sé per sé, ma ha delle implicazioni di vasta portata per la disuguaglianza e tutto questo richiede una nuova serie di politiche.

Visto che la ricchezza è molto concentrata, un alto rapporto ricchezza/reddito implica che la disuguaglianza di ricchezza - e potenzialmente di ricchezza ereditata – probabilmente sarà un problema di più ampia portata in un futuro non prevedibile piuttosto di quanto sia accaduto nel periodo del dopoguerra. Questa evoluzione rafforzerà la necessità di incrementare il capitale e la tassa di successione (Piketty e Saez, 2013). Questo, a sua volta, richiederà un alto grado di coordinamento internazionale al fine di evitare che le ricchezze vengano nascoste nei cosiddetti paradisi fiscali (Zucman, 2013).
Se la concorrenza fiscale internazionale impedisce che queste politiche cambino, non si può escludere lo sviluppo di un'onda di anti-globalizzazione e di politiche anti-capitale.

Guardando al lunghissimo periodo, i decenni del dopoguerra - segnati da una ricchezza relativamente bassa - sembrano essere un'anomalia storica. Secondo le migliori stime storiche disponibili, gli elevati rapporti tra ricchezza e reddito erano la regola in Europa tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Poi le guerre mondiali, i tassi di risparmio bassi, e una serie di politiche anti-capitale provocarono un ampio calo della ricchezza privata, da sei a sette volte il reddito nazionale a circa due volte a seguito della seconda guerra mondiale. Il rapporto tra ricchezza e reddito è aumentato da allora, e sembra essere tornato ai livelli del diciannovesimo secolo.
Negli Stati Uniti, tale rapporto ha seguito una evoluzione a forma di U, ma meno marcata rispetto al continente europeo (Figura 2).

Il ritorno di questi elevati rapporti è una delle cause del rallentamento della produttività e della crescita della popolazione. Nel lungo periodo, qualunque sia il motivo per il risparmio, il confronto tra ricchezza e reddito è pari al rapporto tra il tasso di risparmio e il tasso di crescita del reddito - meglio noto come formula Harrod-Domar-Solow.
Quando il tasso di risparmio è del 10% e la crescita è del 3%, il rapporto ricchezza/reddito di lungo periodo è di circa il 300%. Ma se la crescita scende all’1,5% - per esempio perché la crescita della popolazione diminuisce - allora il rapporto di lungo periodo sale a circa il 600%.

In breve: il capitale è tornato perché a tornare è stata la bassa crescita.
Un rallentamento della crescita della popolazione spiega perché il rapporto ricchezza/reddito sia attualmente più elevato in Europa che negli Stati Uniti, ma entro la fine del ventunesimo secolo, con una bassa densità di popolazione e una crescita della produttività presente ovunque, i rapporti ricchezza/reddito, in definitiva, potrebbero aumentare a livello globale.

Oggi, la ricchezza assume molte forme; non solo ricchezza della terra come nel diciottesimo secolo, caratterizzato da macchinari, beni immateriali, alloggi, e così via. È sempre più facile automatizzare le attività di routine. In un'economia globalizzata, l'aumento dei rapporti tra ricchezza e reddito implicano un aumento della quota di capitale nel reddito nazionale - una percentuale maggiore di reddito che va ai proprietari del capitale stesso. I nostri risultati spiegano l'aumento delle quote di capitale, che si sono verificate effettivamente dalla metà degli anni 70’ (Figura 3).

Il capitale sociale è ancora più basso di quanto non fosse nel diciannovesimo secolo nel Regno Unito e in Francia. Una interpretazione ottimistica è che il capitale umano possa essere considerato più significativo di quanto non fosse due secoli fa. Ma guardando avanti, con una bassa crescita, alti rapporti ricchezza/reddito e una elasticità di sostituzione tra lavoro e capitale - anche moderatamente maggiore di uno - un ritorno di elevate quote di capitale del diciannovesimo secolo sembrerebbe essere sempre più probabile.

Ad esempio, con una elasticità di sostituzione pari a 1,5, il capitale sociale aumenta dal 28% al 36% quando il rapporto ricchezza/reddito balza dal 2,5% al 5%. In questo caso l'accumulo di ulteriore capitale ha luogo e il rapporto raggiunge l’8%, e il capitale sociale potrebbe raggiungere il 42% .
Al di là della disuguaglianza, il ritorno di elevati rapporti tra ricchezza e reddito ha implicazioni significative per la regolamentazione finanziaria. Secondo i nostri calcoli, tale rapporto ha raggiunto il picco del 700% della bolla giapponese nella fine degli anni 80’, e l’800% in Spagna nel periodo 2008-2009 (Figura 4). Le bolle sono potenzialmente più devastanti quando lo stock totale di ricchezza ammonta da sei a otto volte il reddito nazionale piuttosto che due o tre volte. Il monitoraggio dei rapporti di ricchezza e reddito può aiutare a rilevare tali bolle e ci fa capire come sia importante per la progettazione adeguata di politiche finanziarie e monetarie.

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Data pubblicazione: 
26 Settembre 2013
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