Il decennio di recessione che ha affossato l'industria della Campania

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La Campania è una delle regioni europee a maggior impatto recessivo dopo quanto avvenuto nel 2008 e negli anni successivi.

UN TERRITORIO non è mai una realtà statica; esso, nel corso del tempo, subisce modifiche e si rimodella in ragione degli eventi esterni, della perizia dei propri attori sociali, dell'avvedutezza dei governanti, della capacità di reagire a eventi negativi. Una constatazione, questa, tanto banale quanto straordinariamente idonea a ricostruire la mutazione strutturale dell'economia campana nell'ultimo decennio. Questa la prima delle chiavi di lettura della relazione che la Banca d'Italia ha dedicato ieri alla Campania: una relazione puntuale, forse un po' schiva, di " come eravamo", ovvero di quanto la nostra economia sia cambiata dall'inizio degli anni Duemila. Ve n'è poi una seconda che riguarda problemi più recenti, e cioè le ripercussioni della crisi sulla regione e le modalità con cui essa ne sta uscendo. E da queste ultime valutazioni è opportuno prendere le mosse. La relazione presenta una sorprendente coerenza con l'interpretazione di quelli di noi che, tacciati talvolta di catastrofismo, hanno ritenuto la Campania una delle regioni europee a maggior impatto recessivo dopo quanto avvenuto nel 2008 e negli anni successivi.

Infatti, per quanto il 2013 registri, nella nostra regione, un arresto della caduta di fatturato e di produzione, «il consuntivo della crisi è assai peggiore della media italiana», dice la Banca d'Italia. Inutile sciorinare tediosi e deprimenti tassi di variazione negativa di fatturato, produzione, occupazione; d'incremento dei giovani inattivi e delle casalinghe scoraggiate. Di tali fenomeni, ahimè, sappiamo molto, checché continui la politica dello struzzo della Regione Campania. Di altro la Banca di Italia ci informa con dovizia di cifre inedite e, estorcendo una ricostruzione che non presenterebbe mai in modo così apodittico, si può ragionevolmente presumere che le motivazioni della maggiore severità della crisi campana siano addebitabili a patologie storiche e fenomeni concomitanti: la grossa dipendenza della struttura produttiva dalla domanda pubblica; la rilevanza del settore delle co- struzioni, fortemente subalterno all'evoluzione ciclica, quello privato, e al completamento delle infrastrutture, quello pubblico; la trascurabile dimensione media degli addetti per impresa, che rende esiziale qualunque shock esterno negativo. Tutto ciò modella il "come siamo" che, in un esercizio di statica comparata, è ancor più interessante se paragonato al "come eravamo".

Spesso l'agire del tempo è silente e i suoi effetti possono essere meglio individuati accostando immagini di periodi diversi. Un'operazione, questa, che Banca d'Italia, con sottile e forse consapevole perfidia, compie, comparando i dati censuari sulla Campania al 2001 con quelli del 2011. Il periodo di riferimento, l'inizio degli anni Duemila, non dovrebbe risultare particolarmente svantaggioso per il confronto con l'oggi: allora il destino della grande impresa manifatturiera della regione era già ineluttabilmente segnato, i danni della Nuova Programmazione e del "piccolo è bello" cominciavano a palesarsi, le banche iniziavano le operazioni di pulizia etnica sulla clientela meno affidabile. Eppure il confronto è impietoso. Nel decennio tra il 2001 e il 2011 il peso, in termini di addetti, del settore manifatturiero è sceso, nella regione, di quattro punti, attestandosi al 13 per cento circa. A sostenere, parzialmente, l'occupazione il terziario è cresciuto in quei comparti, il commercio e la ristorazione, definiti con verecondia "a bassa intensità di conoscenza". È indicativo, aggiunge la Banca d'Italia, che le patologie distintive dell'economia regionale, ovvero minore rilevanza dell'industria e prevalenza dei settori a basso contenuto tecno nologico, rimangano tali non solo rispetto alla media europea, ma anche rispetto a regioni omologhe caratterizzate da eguale livello di sviluppo. Un deficit di competitività che non è distribuito omogeneamente sul territorio: si ridimensionano l'elettronica di Caserta e la gioielleria di Torre del Greco, mentre la maggiore contrazione degli addetti si registra nell'agro nocerino sarnese e nelle filiere dell' automotive e dell'aeronautica tra Napoli, Nola e Avellino.

Quel che ci aspetta, continuando a levar di bocca valutazioni che i ricercatori del nostro istituto di emissione espongono articolatamente, dipende crucialmente da alcuni fattori. In primo luogo la parziale, rinnovata vitalità delle medie imprese esportatrici. La quota delle esportazioni regionali sul prodotto cresce rispetto al 2007, divenendo, nei fatti, l'unica componente dinamica della domanda aggregata. E tale fenome- sembrerebbe il solo elemento di parziale ottimismo della relazione. Aggiungiamo noi che la continuità di tale rinvigorita penetrazione sui mercati esteri potrebbe essere meno effimera, nel breve periodo, se il sistema bancario comprendesse i vantaggi di maggiori finanziamenti alle imprese dinamiche, anche quelle non super-patrimonializzate. E, magari, nel lungo periodo, con un ridimensionamento del peso dei settori a basso contenuto di conoscenza. Non affidandosi tanto alla politica e alle politiche regionali che anche la Banca d'Italia cessa, per sfiducia, di richiedere; ma, magari, operando altrove. Non sarà, di certo, tutta colpa loro; ma è un dato che la non elevata qualità dell'offerta formativa delle università campane, specie nel campo delle scienze sociali, non pare arrecare un contributo decisivo allo sviluppo di adeguato capitale umano.

“Le patologie distintive dell'economia campana rimangono tali non solo rispetto alla media europea, ma anche rispetto a regioni omologhe”

 

“La Repubblica Napoli” del 19 giugno 2014

 

Fonte immagine: www.ilsudonline.it

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Data pubblicazione: 
19 Giugno 2014
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