Europa: costruire un’unione bancaria

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I recenti stress test della BCE hanno fornito poche sorprese e non hanno causato significative reazioni politiche o finanziarie nel Continente. Comunque, questi test sono stati solo l’inizio di un complesso processo di costruzione di un’unione bancaria nell’Unione Europea.

I recenti stress test della BCE hanno fornito poche sorprese e non hanno causato significative reazioni politiche o finanziarie nel Continente. Comunque, questi test sono stati solo l’inizio di un complesso processo di costruzione di un’unione bancaria nell’Unione Europea. A differenza degli stress test, i prossimi passi del progetto potrebbero creare più divisioni in Europa visto che i parlamenti nazionali saranno coinvolti in un momento in cui l’euroscetticismo è in aumento. C’è da dire che gli stress test non avranno un particolare impatto sui principali problemi europei: le restrittive condizioni del credito per famiglie e imprese. Senza un sostanziale miglioramento nelle condizioni creditizie, non può esserci una significativa ripresa economica, specialmente nella periferia dell’Eurozona.

Analisi

La banca centrale europea aveva due obiettivi di breve termine per gli stress test di quest’anno. Da un lato, essa doveva elaborare un test che fosse abbastanza severo per essere credibile dopo i test svolti nel 2010 e 2011 che sono stati ampiamente visti come troppo morbidi e privi di credibilità. Dall’altro lato, i test non avrebbero dovuto produrre risultati talmente disastrosi da generare panico. L’Unione Europea sta attraversando una fase di relativa calma nei mercati finanziari, e la BCE non era interessata a creare un nuovo clima d’incertezza riguardante il futuro delle banche europee.

Nonostante i test abbiano subito delle critiche, la banca centrale ha raggiunto entrambi gli obiettivi. Delle centotrenta banche coinvolte, venticinque sono risultate sottocapitalizzate, un risultato leggermente peggiore delle previsioni. Di queste venticinque banche, tredici dovranno raccogliere capitale fresco con un aumento di 9,5 miliardi di euro nei prossimi mesi. Comunque, nessuno dei test falliti è stato una sorpresa. L’italiana Monte dei Paschi, la peggiore banca risultante dai test, è stata in difficoltà per molto tempo ed ha ricevuto aiuti dal governo italiano nel 2012. Altre banche che hanno fallito i test sono localizzate in paesi come Slovenia e Grecia, che sono stati severamente coinvolti dalla crisi finanziaria. E nonostante i prezzi delle azioni di diverse banche sono scesi nella sessione del 27 ottobre, non si sono verificati crolli.

I test non sono stati perfetti, essi hanno usato i dati di dicembre 2013 e sono stati fatti da ciascuno stato partecipante. Anche la metodologia e gli scenari sono stati criticati. Ad esempio, il più estremo scenario avverso considera un calo dell’inflazione all’1% per quest’anno, anche se il tasso è già sceso intorno allo 0,3%. La decisione di includere solo centotrenta banche sistemiche e chiudere un occhio sulle più piccole, e probabilmente più deboli, ha generato ulteriori critiche. Ma nel complesso, i mercati hanno considerato i test attendibili, soprattutto in confronto con i meno severi test che sono stati svolti dall’inizio della crisi.

Gli stress test, comunque, sono solo l’inizio di un processo profondo e complesso di creazione di un’unione bancaria in Europa. La questione è stata tradizionalmente molto controversa nel Continente. Non appena l’Europa è diventata più integrata, diversi hanno proposto la creazione di un’unione bancaria per completare l’integrazione dopo il mercato unico e la moneta comune. Nazionalismi e interessi politici divergenti hanno reso ciò abbastanza difficile e l’idea fu abbandonata durante le negoziazioni del trattato di Maastricht del 1991, e di nuovo accantonata dopo che la questione fu ripresa in considerazione durante le deliberazioni del trattato di Nizza del 2000.

Ma la crisi dell’Eurozona, ed il timore che l’instabilità finanziaria si diffonda attraverso i paesi che condividono l’Euro, ha riaperto il dibattito circa l’unione bancaria. Crisi simultanee in paesi come Spagna e Irlanda, dove i governi nazionali furono costretti a chiedere aiuti internazionali per evitare il fallimento delle banche, hanno fatto considerare all’Europa la necessità di rompere il circolo vizioso tra banche e stati sovrani.

Il prossimo dibattito politico

Nel 2012, l’Unione Europea annunciò che l’unione bancaria dovrebbe essere implementata in due fasi. Durante la prima fase, la BCE dovrebbe centralizzare la supervisione sulla stabilità finanziaria delle banche partecipanti. In una fase successiva, Bruxelles dovrebbe introdurre un “meccanismo di risoluzione unico” ed un “fondo unico di risoluzione” con la responsabilità sulla ristrutturazione e potenziale chiusura delle banche più significative.

La prima fase dell’unione bancaria è stata controversa perché alcuni stati membri hanno rifiutato di dare alla banca centrale tutti i poteri di supervisione su ogni singola banca dell’Unione Europea. Un compromesso è stato infine trovato, alla banca centrale è stato dato il potere di supervisione su quelle banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro o al 20% del prodotto interno lordo della nazione che li ospita. I regolatori nazionali sono rimasti responsabili della supervisione sulle banche più piccole. Gli stress test furono la precondizione per questa fase di implementazione del processo di unione bancaria.

Poiché l’attuazione di novembre della prima fase dell’unione bancaria si avvicina, gli europei dovranno prendere decisioni politiche difficili riguardanti la seconda fase del progetto. Ventisei membri dell’Unione Europea ( Gran Bretagna e Svezia hanno deciso di non partecipare) hanno siglato un accordo intergovernativo a maggio al fine di creare un fondo speciale ed un consiglio decisionale centrale con il compito di salvare le banche dal fallimento. Secondo l’accordo, il fondo sarà costruito nei prossimi otto anni fino a raggiungere il suo obiettivo di almeno l’1% dell’ammontare dei depositi di tutte le istituzioni creditizie presenti in tutti gli stati partecipanti, si prevede un ammontare di 55 miliardi di euro. Il fondo sarà inizialmente composto da comparti nazionali che saranno gradualmente riuniti in un singolo fondo. L’accordo ha inoltre ufficializzato la procedura di “bail-in” per i futuri piani di salvataggio.

I membri del Parlamento Europeo hanno affermato che il fondo dovrebbe essere maggiore in quanto potrebbe non bastare per affrontare una nuova crisi bancaria. C’è anche il problema sul come il fondo di risoluzione unico sarà finanziato. Il 21 ottobre, la Commissione Europea propose che le grandi banche, che rappresentano l’85% degli asset totali, contribuiscano per il 90% del fondo. Gli oppositori hanno criticato ciò e hanno sostenuto invece di stabilire il contributo in proporzione al rischio di ogni banca. Il Consiglio Europeo, che rappresenta gli stati membri, dovrà rettificare questa proposta.

Ancora più importante, i trasferimenti dei contributi delle banche al fondo unico di risoluzione sono previsti per l’inizio di gennaio 2016. Prima che ciò accada, comunque, i parlamenti degli stati membri dovranno ratificare il trattato intergovernativo che è stato firmato a maggio, una difficile proposta in una situazione di aumento dei partiti euroscettici. In aggiunta, un gruppo di professori tedeschi ha affermato che avrebbe impugnato l’unione bancaria dinnanzi alla corte costituzionale tedesca. Secondo questo gruppo, l’unione bancaria rappresenta un enorme rischio per i contribuenti tedeschi lasciando Berlino senza alcuna autorità di sorveglianza. Questo è lo stesso gruppo che ha recentemente contestato il programma di acquisto di obbligazioni da parte delle BCE.

Il reale problema: la difficoltà di accedere al credito

Mentre gli stress test e la qualità degli asset offrono una chiara visione sulle banche europee, la maggior parte delle famiglie e imprese si trovano ad affrontare problemi più importanti. Il 27 ottobre, la banca centrale ha rivelato che i prestiti al settore privato sono calati del 1,2% a settembre, dopo una contrazione dell’1,5% in agosto. Questo dato mostra un più lento tasso di contrazione dei prestiti ma non segnala una forte ripresa del credito nell’Eurozona. I dati confermano anche che le condizioni creditizie rimangono particolarmente severe nella periferia dell’Eurozona.

Poiché il credito bancario è fondamentale per famiglie e imprese, le condizioni creditizie sono strettamente collegate alla ripresa economica europea. La BCE ha recentemente approvato una serie di misure che includono tassi d’interesse negativi e prestiti a basso costo per le banche. Comunque, visto che le banche stanno ancora provando a ripulire i loro bilanci, i prestiti rimangono esigui. Anche nei casi in cui le banche sono disposte a concedere credito, esse tendono ad imporre condizioni restrittive che risultano difficili da soddisfare per i clienti. C’è anche un problema di domanda. Con la debole attività economica e l’alta disoccupazione nella periferia dell’eurozona, molte famiglie e imprese non richiedono credito.

Infine, le ultime politiche della BCE hanno creato un disaccordo significativo all’interno delle istituzioni. Alcuni membri del consiglio direttivo sono diffidenti nei confronti delle misure che potrebbero finanziare i governi e rallentare il ritmo delle riforme economiche. I tedeschi sono anche preoccupati per la legalità delle misure di quantitative easing e per il suo potenziale impatto sull’inflazione.

Le frizioni sono rappresentative del più ampio dibattito che si sta svolgendo in Europa tra i paesi guidati dalla Germania che credono che le riforme dovrebbero avere la priorità e quelli guidati dalla Francia che pensano che le crisi non siano il momento migliore per applicare i tagli alla spesa. Nelle prossime settimane e mesi, il dibattito sarà fondamentale per decidere sul futuro dell’Unione Europea.

 

 

Fonte immaginewww.voxeurop.eu

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Data pubblicazione: 
12 Novembre 2014
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