Università precaria

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Qual è il futuro di un’università la cui ricerca è svolta per i due terzi da lavoratori precari?

Luciano Gallino lo ha definito “lo scandalo del lavoro precario” (Vite rinviate, Laterza, 2014). È lo scandalo dei contratti a termine, delle collaborazioni cosiddette continuative ma di fatto discontinue, del lavoro a chiamata, intermittente, on the road o in nero. Una serie di tipologie di lavoro presente anche – presente particolarmente – nel Mezzogiorno d’Italia. Una serie di tipologie di lavoro presente anche – presente particolarmente – nelle università, un altro dei tanti Mezzogiorno d’Italia.

Che l’università sia uno dei tanti sud d’Italia, che sia il fattore che fa dell’Italia il sud del mondo nell’era della conoscenza, lo sappiamo da tempo. Il numero di giovani laureati nel nostro paese è la metà della media europea, addirittura un terzo della Corea del Sud o dl Giappone o del Canada. Il numero di iscritti all’università è crollato del 20% negli ultimi anni e del 30% qui da noi, nel sud del sud del mondo della conoscenza. E tutto questo mentre il paese da anni sottopone a tagli feroci il bilancio degli atenei e sta erodendo il corpo docente almeno quanto il corpo studente.

Ma solo di recente un gruppo di sociologi ha quantificato la presenza del lavoro precario nell’università italiana, rendendo pubblico il risultato della misura nel rapporto Ricercarsi. Indagine sui percorsi di vita e di lavoro sul precariato universitario, presentato dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza della CGIL:

In breve, per le università pubbliche i numeri sono questi: su poco più di 85.000 persone con funzioni di docenza e/o di ricerca, alla fine del 2013, più di 34.000 – il 40% del totale – hanno un contratto di lavoro precario. Quasi il doppio rispetto a soli dieci anni fa.

Se a questi poi aggiungiamo i 34.000 dottorandi (i giovani che studiano e insieme fanno ricerca, quasi sempre con uno stipendio minimo ma talvolta senza stipendio) e i 27.000 professori cosiddetti a contratto (pagati anche solo per un singolo corso) allora risulta che due persone su tre che svolgono funzioni qualificate nell’università italiana appartengono alla categoria dei precari.

Con effetti umani, sociali ed economici facili da immaginare. Ma anche con effetti culturali che non sono esattamente quelli di cui ha bisogno il paese. Come volete, infatti, che facciano buona didattica e buona ricerca persone che hanno un orizzonte di lavoro che va da tre mesi fino a un massimo di quattro anni? Come volete che possa funzionare un sistema di alta formazione se in dieci anni manda via il 93% delle persone più qualificate che ha allevato?

 

Reset editoriale n. 16 del 15 dicembre 2014

Fonte immagine: http://www.infoaut.org

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Lunedì, 15 Dicembre, 2014
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