Se il centrosinistra vuole governare

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Per poter impedire al blocco di centrodestra di continuare a governare la nostra regione tre paiono gli elementi che, in primo luogo, il partito italiano di maggioranza relativa dovrebbe mettere in campo

QUOTIDIANAMENTE ci informano che, anche sotto la calura agostana, continuano le discussioni e le dispute sulle alleanze per il futuro assetto della Città metropolitana di Napoli. Appuntamento importante, non c'è che dire; ma è chiaro che si tratta di prove tecniche per le elezioni regionali della prossima primavera. Se è vero, come pensiamo, che molti degli assetti futuri dipenderanno dai risultati del Pd, ci sia consentita qualche notazione pretenziosa. Per poter impedire al blocco di centrodestra di continuare a governare la nostra regione tre paiono gli elementi che, in primo luogo, il partito italiano di maggioranza relativa dovrebbe mettere in campo: l'autorevolezza del ceto politico che si candida a governare; un'analisi sufficientemente adeguata della struttura economico- sociale del territorio; una solidarietà del frastagliato mondo intellettuale, in genere poco incline a scegliere prima che si conosca il carro del vincitore. La scoperta dell'acqua calda, si dirà. Forse. Di certo la sconfitta alle ultime elezioni comunali partenopee è dipesa, anche, da un clima intellettuale che ha allontanato la borghesia cittadina dal centrosinistra. Ancora: la classe dirigente del Pd che si candidò alla successione al governatorato Bassolino era così poco credibile da consegnare la regione al sottovuoto spinto del centrodestra. Ma sarebbe anche necessario che questi tre requisiti, sia pur soddisfatti, presentino una qualche congruenza tra di essi: qualunque originalità o radicalità d'interpretazione della realtà e qualunque delega intellettual-borghese durerebbero poco a fronte della rinuncia all'abiura del consociativismo collusivo che ha caratterizzato l'opposizione del Pd in Regione. Strana consorteria quella di questi anni: opposizione blanda in cambio di benefici insignificanti.

Ma analizziamo ciascuno dei prerequisiti per un'affermazione politica del Pd in Campania. Il primo: una buona egemonia culturale e un sostegno del "ceto" intellettuale. Non vi è dubbio che la dialettica tra politica e intellettuali sia dalle nostre parti un fenomeno spinoso. E senza colpe univoche. Oltrepassate le esperienze pionieristiche dei tecnici degli anni Settanta e Ottanta, l'intellettuale napoletano chiamato alla governance è parso sempre più realista del re, si pensi agli intellettuali attualmente schierati dalla giunta Caldoro, e incapace di espletare quel ruolo di "cattiva coscienza" per il quale avrebbero dovuto essere cooptato. Se all'opposizione la sua incapacità di mediazione con i tempi lunghi della politica frustrava l'egotismo di chi considerava la propria elaborazione "via-verità-vita". La verità è che, dicono negli Stati Uniti con qualche saggezza, una generazione di tecnici, quella dei cinquantenni e oltre, i baby boomers, ha (abbiamo) miseramente fallito, poiché non è stata in grado di ritagliarsi un ruolo nuovo dopo l'obsolescenza dell'intellettuale organico di gramsciana memoria. Solo un proliferare di fondazione,diassociazioni,di think tank, diappelli, la cui firma è la prova della visibilità, dunque dell'esistenza. Non che la politica sia stata esente da colpe: mai una richiesta di respiro strategico, mai una valutazione dell'elaborazione che non fosse strumentale. Solo il pres-sing, per una scadenza incombente, di "schierarsi". Questo è il passato. Si vuole dare una mano oggi alla politica di sinistra per uscire dal-l'impasse di Scilla-Caldoro e di Cariddi-de Magistris? Bene, si elabori un piano di idee per la Campania, possibilmente non sulle pagine dei giornali, se ne discuta, senza puzza sotto il naso con questa classe politica e si firmi un documento di rinuncia a qualunque carica futura.

Solo così, riscoprendo il vetusto altruismo dell'uti universi, si potrà, almeno, affrontare il secondo dei prerequisiti, e cioè un'analisi adeguata dell'attuale struttura economica e sociale del Mezzogiorno e della Campania. Compito improbo, per il quale è difficile già solo formulare domande sensate: è possibile, per le nostre regioni, una visione della crisi non appiattita su quello che ci ammannisce il conformismo liberista di radice bocconiana? Gli effetti della crisi sono da accettare come un destino cinico e baro? Esistono gradi di libertà in Campania, e nelle sue risorse, per alleviare il dramma di una generazione di giovani perduta? Bastano, come politica per il Mezzogiorno, le riforme della burocrazia promesse da Renzi, a parità di assenza di finanziamenti e di crollo dell'industria? Solo affrontare tutto ciò sarebbe un'operazione meritoria, quale che sia la natura della risposta. E, infine, il testimone passa alla politica (ai politici) tout court. Se provassimo a nobilitare le faide politiche locali del partito di maggioranza si potrebbe con tranquillità affermare che, al di là del «siamo tutti renziani», rimane insoluto il nodo delle distanze relative da prendere con l'attrazione di cogestione con il centro (e cioè con la destra), per sua natura incline a colludere, senza capitombolare nel peronismo vacuo che oggi guida il Comune di Napoli. Ma su tutto ciò gli intellettuali, per fortuna, c'entrano poco.

 

La Repubblica Napoli del 24 agosto 2014

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Data pubblicazione: 
14 Settembre 2014
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