Missione

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Lo studioso di scienze sociali che oggi voglia intraprendere un percorso di ricerca su tematiche che non siano confinate a canoni strettamente teorici si trova di fronte a difficoltà che spesso ne frustrano l’intenzione.
 
LA CONVENZIONALITA' DEGLI SCHEMI INTERPRETATIVI
 
Il settore dell’economia è di certo il terreno in cui la conservazione si presenta con particolare evidenza: per quanto le teorie convenzionali di matrice liberista siano sempre meno capaci di comprendere la complessità della crisi che attraversa le economie di mercato e per quanto le implicazioni di policy di tali teorie abbiano concorso in maniera significativa a produrre la situazione attuale, il modello di riferimento degli interventi rimane il medesimo, come se fosse possibile riparare i danni con i medesimi strumenti che hanno contribuito a crearli. Il singolo studioso, che di tale contraddizione è consapevole, si trova di fronte a un bivio angustiante: avventurarsi “in solitaria” sui terreni insicuri dell’eterodossia o rifugiarsi sulla sponda protetta del conformismo. Segue che la validazione delle teorie prevalenti dipende sempre di più dalla numerosità dei suoi cantori, piuttosto che da un’intrinseca capacità di comprensione.
 
IL DEPAUPERAMENTO DELLA COLLETTIVITA' ACCADEMICA
 
Un fenomeno così grave meriterebbe ben altro spazio. Qui ci interessa sottolineare l’agire congiunto di due fenomeni svilenti: da un lato la riduzione dei Dipartimenti a casermoni eterogenei finalizzati alla compressione e alla “razionalizzazione” delle spese di funzionamento; dall’altro la pratica di misurare la bontà di uno studio, e di un ricercatore, in base al discutibile criterio del numero di citazioni. Fenomeno che rimanda alla convenzionalità degli schemi interpretativi, ovvero proprio ciò che la ricerca accademica dovrebbe tendere a evitare.
 
LA SCOMPARSA DEGLI INTERROGATIVI DEI SOGGETTI SOCIALI
 
In passato organizzazioni politiche e sindacali facevano, direttamente o indirettamente, affidamento su centri di ricerca, di dipartimenti e luoghi d’incontro ai quali si demandava il compito di fornire indicazioni di non breve periodo e nei quali mettere in (relativa) discussione le scelte concrete che si operavano. Tale forma di “accountability” è venuta a poco a poco annullandosi. Prevale oggi il “modello delle fondazioni”, ovvero la costituzione di centri che, sotto forma di istituto di ricerca, pubblicizzano interessi e formano lobby mediatiche.
 
COSA FARE
 
Nessuno può pensare che sia possibile anche il solo attenuare queste difficoltà senza un ripensamento sociale sistemico. Quel che è possibile è che ricercatori che siano consapevoli e soffrano tali vincoli decidano di operare insieme. RESet ambisce a fornire un contesto di riferimento a chi vuol rifuggire dall’omologazione e guardare all’economia e alla società, al territorio privo delle lenti deformate del conformismo.
E quale che sia la latitudine dell’indagine, l’Europa, il Mezzogiorno, la Campania, i temi che meritano di essere approfonditi senza la rete protettiva delle teorie prevalenti abbondano: la mancanza di progressività del modello costitutivo socio-economico dell’Unione Monetaria Europea; gli effetti asimmetrici della crisi e dei suoi effetti per territori e strati sociali; la liquidazione della questione meridionale e la deindustrializzazione delle regioni del Sud; la complessità dilagante della disoccupazione giovanile e il livello allarmante dei tassi d’inattività; la povertà e l’esclusione sociale di contesti urbani estesi come quelli di Napoli; il disinteresse e le demagogie verso ambienti produttivi e organizzativi che inquinano e desertificano senza, peraltro, che essi producano crescita; l’incapacità di stabilire relazioni solide con chi elegge la nostra terra a luogo di rifondazione e di speranza. La sola elencazione della moltitudine di fenomeni e di “rimozioni” esplicita quanto sia necessario oggi rifuggire dalle certezze e avventurarsi verso la complessità e l’assenza di conformismo, senza che la paura dell’errore prevalga ma forse ricordando, come un geniale musicista rock ebbe a dire, che “ogni stecca ripetuta due volte è l'inizio di un arrangiamento."