Le disuguaglianze si aggravano

StampaInvia per emailVersione PDF

La crisi non solo ci allontana dall'Europa ma amplia le distanze relative di guadagno e di benessere tra gli abitanti della stessa regione

LA CAMPANIA non è più una terra di classi medie. Molte sono state fin qui le considerazioni e le analisi su quanto stessimo mutando, economicamente e socialmente, ma che ci incamminassimo verso una stratificazione sociale di tipo sudamericano sembrava, solo un decennio addietro, impensabile. La causa di tutto questo è da ricercarsi nelle crescenti disuguaglianze. E fin qui l'enunciato parrebbe una banalità.

Di disuguaglianze le regioni meridionali patiscono storicamente: il tasso di disoccupazione e di esclusione giovanile, la minore competitività, le discriminazioni di genere, il calo dei matrimoni, l'incremento della povertà assoluta e di quella relativa. Ma a queste cattive performance, la nostra società sopravvive. Male ma sopravvive. Ora stiamo sperimentando qualcosa di parzialmente sconosciuto: non tanto una crescente disuguaglianza con la media delle regioni europee, ma una crescente disuguaglianza all'interno della nostra regione tra redditi e classi sociali. La crisi non solo ci allontana dall'Europa ma essa approfondisce le distanze relative di guadagno e di benessere tra gli abitanti della stessa regione. Il potenziale deflagrante per una collettiva di una simile sperequazione era ben noto a Mark Twain quando teorizzava che uno dei principali collanti sociali fosse costituito, per un individuo o per una famiglia, dal poter tenere il passo con i Joneses, ovvero dalla propensione a misurare il proprio benessere comparativamente con il vicino e a esibire una struttura di consumi non dissimile o, almeno, non eccessivamente inferiore a quella dei Joneses. E questa “sperequazione interna” sta minando profondamente il consenso sociale delle regioni meridionali. Riportiamo qualche cifra dalle elaborazioni condotte da alcuni ricercatori della Banca d'Italia sui redditi guadagnati tra il 2007 e il 2012. Se adoperiamo un ben collaudato indice di concentrazione dei redditi, il cui valore cresce al crescere della sperequazione, si può notare che, nel quinquennio in questione, il valore s'innalza mediamente in tutta l'Italia, ma le differenze territoriali sono marcate: nel Mezzogiorno l'indice è di oltre tre punti superiore a quello del Centro-Nord. Di certo, e lo sapevamo, hanno ripreso ad ampliarsi i divari territoriali ma, quello che più conta, la crescente diseguaglianza è trainata da una flessione dei redditi nelle fasce medie e basse che è ben più accentuata della media. Ancora: le aree con una distribuzione del reddito sono tutte concentrate nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Dunque, mentre la dinamica dei redditi alti rimane pressoché identità a Nord e a Sud, la maggiore disuguaglianza è spiegata per intero dalla “coda” bassa nella distribuzione del reddito. I poveri, dopo una tendenza di segno opposto per un decennio, sono relativamente sempre più poveri dal 2007 in poi. Un fatto stilizzato, questo, ben noto a chi si è occupato, qualche decennio addietro, delle economie dei paesi del Sud America, e foriero di tensioni, d'instabilità e di sovvertimenti istituzionali. L’austerità ne è la principale causa, ma non tanto direttamente, come nella pubblicistica si è portati a pensare, ovvero tagliando spesa pubblica e tassando i redditi meno abbienti, quanto indirettamente: essa indebolisce tutti i meccanismi che, endogenamente, dovrebbero innescare spinte per una società meno iniqua. Infatti, comparando le regioni italiane, si evidenzia che la sperequazione interna si aggrava laddove il calo della produzione, del valore aggiunto industriale e del commercio estero si riduce. Malinconicamente, di pari passo, crescono indebitamento, di famiglie e di imprese, estensione del lavoro precario intellettuale e redditi da commercio non qualificato. Non è un caso che nella classifica delle province per maggiore uguaglianza di reddito tra i suoi cittadini Napoli compaia al novantaduesimo posto, peggiorando, addirittura, di due posizioni rispetto al 2007.

Le distanze relative tra le classi sociali si aggravano nel nostro paese dovunque, è vero: di recente tanto il Fondo monetario internazionale quanto l'Ocse hanno sorprendentemente richiamato la politica italiana a interventi meno sperequanti. Solo il Regno Unito fa peggio di noi, che, a nostra volta, facciamo peggio della media dei paesi Ocse. Ma Campania, e Mezzogiorno, stanno andando troppo più in là del mero elemento di turbativa per conformistiche istituzioni internazionali. Le diseguaglianze sono foriere di ulteriore recessione e di circoli viziosi.

Fonte immagine: www.expresso.pt

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: 
Pubblicato su: 
Data pubblicazione: 
19 Luglio 2014
Allegato: