L’austerità europea che fa risorgere Keynes

StampaInvia per emailVersione PDF

Per il nuovo anno l’Europa dovrà fare spazio a una nuova sinistra. E, nonostante i timori che ciò genera nella buona società, questa nuova sinistra è molto meno marxista e (orrore!) molto più keynesiana.

USA – Per il nuovo anno l’Europa dovrà fare spazio a una nuova sinistra. E, nonostante i timori che ciò genera nella buona società, questa nuova sinistra è molto meno marxista e (orrore!) molto più keynesiana.

Il keynesismo è una teoria economica piuttosto complessa, ma il suo fulcro è molto semplice: se tutti riducono la spesa pubblica, l’economia rallenta. Per quanto possa essere sotto gli occhi di tutti, questo principio è stato prontamente ignorato da istituzioni economiche globali come il Fondo Monetario Internazionale e da potenze mondiali come la Germania, facendo da guida verso la depressione che ha devastato l’Europa meridionale e la Grecia in particolare.

Nell’affrontare la crisi economica, iniziata nel 2008 con l’implosione di Wall Street, alcuni stati, come la Grecia e la Spagna, non potevano risollevare l’economia attraverso la svalutazione della moneta, che avrebbe reso i loro prodotti più competitivi. Non potevano perché non avevano una propria moneta. Avevano l’euro, su cui non avevano controllo. L’alternativa per rafforzare le loro economie, in un momento in cui né le banche né le imprese avevano la capacità di investire, era quella di seguire il precetto keynesiano della spesa pubblica come stimolo all’economia, come ha fatto il governo statunitense durante la presidenza di Barack Obama. Ma l’Unione europea, spinta dalla Germania, lo ha impedito minacciando di sospendere i trasferimenti verso l’Europa meridionale a meno che i governi non attuassero importanti tagli alla spesa pubblica. Ed è ciò che hanno fatto, intimiditi dalle minacce, la Spagna e la Grecia.

La logica antikeynesiana dietro questi tagli è che, disciplinando il sistema fiscale, le loro economie potranno recuperare competitività e prosperare. Al contrario, con i tagli si è verificato esattamente ciò che i keynesiani avevano predetto, con gli investimenti pubblici e privati essiccati e le economie di questi stati colate a picco. E, con la Germania che insiste con i tagli, le loro economie resteranno a picco.

La Grecia ha vissuto per tre anni un periodo di depressione simile a quello del 1932, con un tasso di disoccupazione tra il venticinque e il ventisette percento e con la disoccupazione giovanile mai al di sotto della soglia del cinquanta percento, con un picco del sessantun percento. La situazione in Spagna non è stata migliore. Per le istituzioni che hanno imposto l’austerità, queste percentuali sono state un’amara sorpresa. Il Fondo Monetario Internazionale aveva predetto che la disoccupazione della Grecia non avrebbe superato il dodici percento, ma, preferendo la teoria alla realtà, ha ribadito che l’austerità riaccenderà il motore dell’economia.

Per un periodo, anche i greci hanno dato credito a queste teorie, ma tre anni di disperazione senza alcun barlume di speranza li hanno fatti ricredere. Sia in Grecia che in Spagna, l’opinione pubblica si è sempre mostrata contro l’austerità e contro i governi che l’hanno attuata. Per entrambi, i partiti di sinistra di fondazione recente, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, sono in testa nei sondaggi. Con lo scioglimento del parlamento greco la scorsa settimana e le nuove elezioni previste per il 25 gennaio, è del tutto possibile che Syriza sarà al potere con un programma di rinegoziazione verso il basso del debito e di ripristino di alcuni programmi governativi e investimenti economici. Se l’Unione europea dovesse rifiutare queste proposte, è anche possibile che la Grecia abbandoni l’unione.

Le politiche dell’Unione europea, ovvero della Germania, hanno imposto all’Europa meridionale di contraddire ogni lezione che la storia ha fornito su come uscire da una crisi economica prolungata. Negli anni ‘30, Franklin Roosevelt ha avviato il New Deal non solo per affrontare le conseguenze della Grande Depressione ma anche per rafforzare l’economia allora sottosviluppata delle regioni meridionali e sudoccidentali. A questo si sono aggiunti altri programmi di successo di spesa pubblica, come il Works Progress Administration , che ha dato agli americani posti di lavoro per costruire le infrastrutture. Queste politiche hanno portato gli stati meridionali in linea con le economie del ventesimo secolo, attraverso programmi come il Tennessee Valley Authority e l’elettrificazione rurale. Nonostante l’odierno antistatalismo jeffersoniano, sono stati il New Deal e la spesa militare del dopoguerra, insieme al minimo salariale e la regolamentazione dei diritti civili, che hanno permesso all’economia degli stati meridionali di ridurre il divario con il resto del paese.

Una simile comprensione della depressione economica e del sottosviluppo avrebbe portato a risultati economici di maggior successo nell’Europa meridionale. Il cancelliere tedesco Angela Merkel avrebbe anche dovuto imparare una lezione che le riguardava da vicino, quella delle politiche di austerità del cancelliere Heinrich Brüning dei primi anni ’30, che hanno fatto affondare la Germania nella più profonda depressione mai vissuta e che hanno aperto ai nazisti la strada del potere. Ha senso, quindi, affermare che i tedeschi non ne capiscano di economia.

Nonostante in Grecia sia nato anche un partito neonazista, Alba Dorata, i sondaggi mostrano che il popolo greco preferisce comunque il neo-keynesiano Syriza. Questa è una risposta sana all’insana punizione che i tedeschi hanno inflitto loro.

 

Fonte immagine: 4.bp.blogspot.com

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte:www.resetricerca.org

Autore originale: 
Pubblicato su: 
Data pubblicazione: 
24 Gennaio 2015
Allegato: