Il Giappone può ripartire?

StampaInvia per emailVersione PDF

Il Giappone ha bisogno di riforme più profonde per poter continuare a crescere

CAMBRIDGE – Le decisioni politiche, di ultima istanza, del premier giapponese Shinzo Abe, ovvero quello di aumentare sensibilmente lo stimolo monetario, posticipare l'incremento dell'imposta sui consumi ma non solo, hanno riportato il paese al centro di un animato dibattito politico. Ormai una cosa è certa: il primo ciclo di riforme promosse da Abe non è riuscito a generare un'inflazione sostenuta. Le aspettative di una stabile ripresa hanno lasciato il posto a due trimestri di crescita negativa consecutivi.

La questione è se l'Abenomics 2.0 sarà in grado di riportare l'economia giapponese sulla strada giusta. I tre pilastri dell'Abenomics 1.0 o le cosiddette “frecce” erano sostanzialmente solidi, basandosi su una politica monetaria senza vincoli per ripristinare l'inflazione e su una politica fiscale di supporto e riforme strutturali per stimolare la crescita sul lungo periodo.

L’aspetto centrale di questo discorso è che mentre la banca centrale, guidata da Kuroda, ha realizzato quanto promesso, le altre due “frecce” dell'Abenomics hanno decisamente deluso le aspettative. Non si sono visti progressi significativi in merito alle riforme sul fronte dell'offerta, in particolare sulla cruciale questione di come aumentare la forza lavoro occupata.

Con una popolazione che invecchia e tende a diminuire, il governo giapponese deve trovare i modi per incoraggiare in particolar modo l'occupazione femminile, convincere i giapponesi più anziani ad andare in pensione il più tardi possibile e sviluppare politiche del lavoro più accorte per le famiglie.

L’elemento fondamentale su cui il Giappone deve impegnarsi è quello di creare un ambiente quanto più accogliente possibile per i lavoratori stranieri.

I progressi nel complesso sono stati molto lenti e tardivi. Il Giappone ha un disperato bisogno di incrementare il numero di infermieri e di assistenti agli anziani per rispondere all'invecchiamento della popolazione, ma di contro vi è la resistenza burocratica e politica all'immigrazione.

Le riforme sul fronte dell'offerta di Abe ritardano ad arrivare, ma, come si sa, senza riforme sistemiche, specialmente del mercato del lavoro, l'Abenomics non resterà in vigore ancora a lungo.

Basti pensare alla scelta sfavorevole obbligata per Abe dell'aprile 2014 l’aumentare l’imposta sui consumi dal 5% all'8%, in quanto non sarebbe stato facile rinviare l'intervento, dal momento che era stato deciso mediante un accordo politico ad ampio consenso prima della sua nomina.

Tuttavia, il governo avrebbe potuto optare per uno stimolo fiscale più aggressivo al fine di contrastare gli effetti dell'aumento a breve termine. Invece, due trimestri consecutivi di crescita negativa, hanno avuto un effetto psicologico scoraggiante perchè l'Abenomics non è ancora riuscita a ribaltare una mentalità deflazionistica.

L’enorme debito pubblico e gli esigui fondi previdenziali del Giappone rappresentano un problema enorme, che solo un duro e temerario keynesiano consiglierebbe alle autorità di ignorare.

Al momento i rischi sono solo teorici, con tassi di interesse sul debito pubblico a dieci anni inferiori allo 0.5% di certo non sono banali.

Cosa accadrebbe se la Banca del Giappone riuscisse a convincere l'opinione pubblica che l'inflazione si arresterà su una media del 2% e i tassi di interesse a dieci anni restassero fissati allo 0,5%?

Una sostenibilità fiscale richiede, prima o poi, un aumento dell'imposta sui consumi, e ovviamente il Giappone non dovrebbe aspettare che gli investitori internazionali inizino a dubitare della sua determinazione prima di muoversi in tal senso. È una questione di tempistica e di tattica, e posticipare il secondo aumento dell'imposta sui consumi sembra un buon compromesso tra l'ipotesi di spingere l'Abenomics a velocità di fuga e mantenere la credibilità sul lungo periodo.

Il Giappone è ancora un paese ricco, ma nella classifica del reddito reale pro capite ha ormai perso svariate posizioni rispetto ad altre economie avanzate, tra cui il Regno Unito e, soprattutto, gli Stati Uniti.

L'esperienza del Giappone è un valido esempio per l'Europa, basti pensare all’inefficienza delle politiche di stimolo che pur risultando necessarie nel breve periodo per sostenere la domanda, non possono risolvere carenze strutturali di lunga data. Possiamo concludere che se Abe non promuoverà una riforma strutturale profonda di certo non avrà miglior esito dell’esperienza precedente.

Fonte immagine: www.economist.com

 

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte:www.resetricerca.org

Autore originale: 
Pubblicato su: 
Data pubblicazione: 
12 Dicembre 2014
Allegato: